Covid 19 e messaggi su WhatsApp. Da oggi possiamo verificarne l’autenticità.

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di Maria Rosaria Iglio

Facebook lancia in Italia il progetto pilota di fact-checking per monitorare fake in materia di Coronavirus

Quanti messaggi avete ricevuto sul tema Covid19?

Dallo scoppio della pandemia tutti abbiamo ricevuto tramite WhatsApp messaggi di vario genere con informazioni allarmanti arrivate da pseudo medici e infermieri o consigli su rimedi miracolosi per prevenire la malattia.
Come verificare la veridicità delle notizie e come combattere la disinformazione?

In Italia il progetto pilota di fact-checking

Facebook non ha sottovalutato il problema e ha dato il via a un progetto pilota che parte proprio in Italia.
Di cosa si tratta? Di un’attività di fact-checking su WhatsApp che risponde all’iniziativa di co-regolamentazione definita da Agcom per affrontare la sfida della disinformazione sul Coronavirus attraverso le piattaforme digitali.

Il servizio si basa sulla partnership con Facta, il nuovo progetto di Pagella Politica, che è partner di Facebook in Italia dal 2018, nell’ambito del programma globale di fact-checking dell’azienda. ” (Fonte Facebook Italia)

Come funziona il servizio di fact-checking? Un numero a vostra disposizione

Il servizio di controllo funziona in maniera molto semplice ed immediata:
è stato messo a disposizione degli utenti un numero, il  +39 345 6022504 cui inviare i messaggi arrivati su WhatsApp riguardanti il Coronoavirus:
Può trattarsi di qualsiasi tipo di messaggio:

  • messaggio vocale
  • messaggio con immagini
  • messaggio con video

In questo modo il servizio può verificarne la veridicità e l’autenticità. Facta però non si limiterà a mandare una notifica all’utente che ha inviato la richiesta.
Se dovesse trattarsi di una nuova notizia falsa la inserirà su http://www.facta.news all’interno di un “un database di fatti e miti sul nuovo coronavirus, ad uso del pubblico e dei media come fonte di informazione”.

Le bufale purtroppo sono una  vera “malattia” che contamina piattaforme social e instant messaging. La lotta alle fake è una delle battaglie più difficili da combattere anche per il colosso di Mark Zuckerberg.
Un consiglio “memorizzate in rubrica il numero +39 345 6022504, così potrete condividere subito i messaggi sospetti“.

Real time marketing nell’emergenza

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Il real time marketing non è per tutti.

Mai come ora dobbiamo fare attenzione alla scelta delle strategie di marketing e comunicazione. Il dramma del Coronavirus ci ha messo di fronte ad un evento cui eravamo tutti assolutamente impreparati: non ci stupiremmo di fronte a un incidente in una centrale nucleare, a uno tsunami o a un terremoto, ma la pandemia non potevamo proprio prevederla.
Covid19 ha aggredito trasversalmente tutti noi e ha reso vano ogni nostro progetto di vita e di lavoro, almeno per il 2020.
La pandemia purtroppo non ha un suo target e una sua audience, la pandemia è democratrica e si diffonde con equità geografica e sociale.

Ma cosa c’entra tutto questo con il real time marketing?
Innanzitutto riprendiamone la definizione: “Il real time marketing è la capacità dell’azienda di essere reattiva, di rispondere velocemente, in modo non pianificato, agli stimoli esterni…” (Fonte Inside Marketing)

Detto questo è d’obbligo una riflessione: fino a quanto può spingersi un’azienda nello “sfruttare” un evento che colpisce profondamente la sensibilità comune?
Possiamo mettere sulla bilancia una crisi mondiale sanitaria ed economica con le esigenze individuali di brand awereness aziendale?

La reattività dell’azienda e la velocità nel mettere in campo una strategia di marketing non pianificata, come risposta ad un evento esterno non prevedibile, non è sicuramente il criterio di valutazione sulla base del quale riconosciamo una buona campagna di real time marketing.

L’azione di marketing non pianificata per essere efficace e corretta deve essere coerente ai valori aziendali, agli obiettivi di businnes e alla narrazione del brand.
L’instant o real time si riferisce all’evento e non ai valori, alla mission e al core business che sono già radicati nella storia aziendale .
Solo un’azione che li rispetti, tenendoli in dovuta considerazione, può giustificare la scelta del brand in tal senso.

Ebbene ecco perchè il real time marketing non è per tutti.
Non è una questione di capacità o velocità di risposta. E’ una questione di valori e di ascolto.
L’azienda ascolta il web e ne interpreta l’orientamento per rispondere con coerenza.
Il pregio del brand non sta solo nell’immediatezza della risposta, ma nel saper ascoltare e rispondere con intelligenza.

Il web è critico ed è sicuramente un’arma a doppio taglio. Una campagna incoerente o addirittura scorretta non sfugge all’occhio del web che può decretare il fallimento dell’immagine aziendale tanto velocemente quanto veloci e approssimativi siete stat6i voi nel comunicare.

Non dimentichiamo inoltre che per “essere sul pezzo”, come si usa dire, serve un plus che non tutti hanno: la creatività. Se questa manca si fanno davvero dei tremendi scivoloni, che costano caro al brand.

Non ci sono ricette ma quello che suggerisco è innanzitutto non dare l’impressione di voler sfruttare un evento drammatico, non discostatevi dai vostri obiettivi ed evitate le forzature.

Di fronte alla necessità di non rimanere in silenzio e di dover continuare a comunicare con la vostra community non strafate, siate sobri ed eleganti. Hic et nunc.

Real time ed engagement a tutti i costi? Ascoltate il mio consiglio: “affidatevi agli esperti”!

Vi propongo alcune campagne che sono piaciute al web.
Ricordate le Penne Lisce della Barilla rimaste da sole sugli scaffali dei supermercati razziati di tutto il resto?
Ecco De Cecco ha risposto, velocemente, con eleganza e scaltrezza.

E questa è Ceres, sempre sul pezzo! Ci fa rivivere un’esperienza negativa (come toccare un limone marcio in frigo) per invitarci ad un’azione corretta che può aiutarci a prevenire il contagio.

Non si fa riferimento al Coronavirus, non ce n’è bisogno.
La birra è un’immagine positiva associata al sapone e alla sua schiuma. “Il male” è come un limone marcio che ci sporca le mani.
Corriamo subito a lavarle!

Tutelare i minori in rete? Ecco sei consigli

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Me ne occupo da tempo ed è per me una missione da cui il mio lavoro non può prescindere: sto parlando della sensibilizzazione del mondo degli adulti, siano essi genitori o educatori, sui rischi concreti cui può andare incontro un minore utilizzando i social e in più in generale la rete.

Sei cittadino digitale dal momento in cui possiedi uno smartphone (leggi di più dal blog) e i nostri figli  diventano cittadini digitali sempre più presto, ahimè, senza tutele e controlli.

Non possiamo incolpare la rete per tutto ciò che di negativo potrebbe provocare: i rischi e le derive sono frutto di un utilizzo scorretto, privo di qualsiasi consapevolezza e razionalità.

Insegniamo ai nostri figli a non farsi male! Per un bambino la rete può essere peggiore del traffico nell’ora di punta.

Lasciatemi dire una cosa per spiegare meglio quello di cui parlo: ” Non è detto che la vostra esigenza di visibilità online sia la stessa dei vostri figli. Siete schiavi del selfie? Forse ai vostri figli non va di farsi “paparazzare” da voi. Pubblicare le loro foto ovunque, potrebbe voler dire esporli a rischi di cyber bullismo, offese, stalking e … perchè no? Potrebbero attirare l’attenzione di pedofili. Non create ghiotte occasioni per tutti quei “malintenzionati” nascosti in rete. Pensateci.!

Ho letto questo bell’articolo pubblicato su People for Planet (link) in cui si riporta un vademecum di 6 punti, stilato da una professionista autorevole in materia di Internet, Valentina Amenta del Cnr.

Eccolo così come pubblicato all’interno della fonte.

  1. Non lasciare mai lo smartphone o il tablet ad accesso libero ai minori, se connesso a Internet. Se è vero che molti dei video correlati al primo che carichiamo, proposti a lato dello schermo ad esempio da YouTube, sembrano essere sempre cartoni simili a quello visualizzato, non è così. Potrebbe affacciarsi di fronte al bambino di tutto, compresa violenza o pornografia.
  2. Non mettere foto di minori sui social: il farlo è sbagliatissimo. Il bimbo avrà in futuro una sua identità, e potrebbe non volerlo. Dobbiamo rispettare la possibilità che il bambino da grande vorrà una privacy maggiore di quella che noi concediamo a noi stessi. Tra l’altro ci sono già le prime sentenze contro i genitori, o i parenti, vinte dai figli che contestavano questa brutta abitudine. Ricordiamoci che non sappiamo come e quanto potrebbe svilupparsi la tecnologia, ma già adesso, “attraverso il riconoscimento facciale, il volto di un bimbo è sufficiente per giungere al suo nome”. Pensiamo al bullismo. «Banalmente anche gli adesivi dietro la macchina coi i nomi dei membri della famigli sono tutti dati che diffondiamo con troppa tranquillità, in un mondo che mette in rete foto da satellite, droni…: pensiamoci!»
  3. Ancora peggio, non mettere foto di minori dove si mostra la geolocalizzazione e cosa si sta facendo. È rischioso! Perché devo dire a tutti gli spostamenti di un minore?
  4. La nuova legge su cyberbullismo dice che chi carica e distribuisce è responsabile del reato. Rendete vostro figlio consapevole dei rischi che corre se per “scherzo” condivide un video che trovava divertente, ma in realtà bullizzava un coetaneo. Dobbiamo sapere già da ragazzi i rischi penali e civili che corriamo.
  5. Evitiamo di compilare in rete le richieste di dati (nome, cognome…) che ci arrivano via social. I siti della pubblica amministrazione e di molte aziende private (come ad esempio Aruba) sono in genere invece molto sicuri.
  6. Un minore che vuole iscriversi a un social dovrebbe essere istruito come quando gli insegniamo, per anni, la sicurezza stradale, prima di lasciarlo uscire da solo. Allo stesso modo, un 13enne che entra su Instagram, ad esempio, deve essere istruito (e così il suo genitore o tutore) su cosa sta facendo. «Ad esempio deve sapere che se pubblica una sua foto quella può rimanere in eterno nel locale pc di un qualsiasi utente dall’altra parte del mondo. L’educazione digitale servirebbe in ogni scuola. In attesa che ci arrivi, i genitori devono formarsi e formare”.

Continuerò a trattare l’argomento perchè credo nell’educazione e nella formazione come primo step per la prevenzione.